Nel 1875 la Deputazione provinciale di Sassari bandì un pubblico concorso “fra tutti i pittori frescanti d’Italia” per la decorazione della “gran sala” delle riunioni del Consiglio.
Fu deciso che l’episodio storico da rappresentare avrebbe dovuto essere l’entrata a Sassari di Giommaria Angioy del 1796. Il soggetto simboleggiava embleticamente il rapporto, spesso conflittuale, che legava la città alle “ville” del territorio circostante.
L’Accademia di San Luca di Roma, con 16 voti su 20, scelse il bozzetto di Giuseppe Sciuti.Era proprio il periodo in cui il pittore di Zafferana Etnea, allora quarantenne, si avvicinava a quelle nuove tendenze che intendevano combinare le nascenti esigenze di realismo con le tematiche tipiche delle raffigurazioni storiche del romanticismo. In quegli anni le decorazioni pittoriche dei nuovi edifici pubblici dovevano assolvere due compiti importanti: celebrare i fasti della storia nazionale e contemporaneamente valorizzare la storia locale, rievocando il passato e giustificando il presente.
Le opere dello Sciuti si inseriscono in questo filone artistico, primo esempio in Sardegna del grande ciclo pittorico civile.




La Sala Sciuti

Uno degli Atlanti o Telamoni che si trovano nella Sala Consiliare – decorata dall’artista catanese Giuseppe Sciuti nel 1877 – 1878
A metà altezza, “come una stretta galleria”, 12 mori bendati attirano lo sguardo con grande curiosità.
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Giuseppe Sciuti, Ingresso trionfale di Giommaria Angioy a Sassari,
Sassari, Palazzo della Provincia, Salone delle adunanze, 1878
La grande sala del Consiglio viene occupata, nella parete maggiore, dall’”Entrata di Giommaria Angioj in Sassari”.
Alle spalle della presidenza è raffigurato: “L’ingresso trionfale in Sassari di Giovanni Maria Angioy”
( 1796).
Nel febbraio del 1878, dietro compenso di 30.000 lire, il pittore Sciuti inizia a lavorare all’affresco dedicato all’Angioy, documentandosi con scrupolo e serietà, attraverso la consultazione di libri illustrati, arrivando anche ad acquistare armi e costumi antichi, disegnando dal vivo numerosi ritratti di sardi da inserire nell’affresco, come popolani o “zappatori” sassaresi.
Sciuti si documenta attraverso la letteratura storiografica ottocentesca, come la descrizione data da Francesco Sulis nel suo Dei Moti Politici dell’isola di Sardegna (1857): “A Sassari il grido fu quello di Abbasso i nobili, abbasso i preti, viva Angioy, viva la repubblica. Il rappresentante della libertà e della Repubblica, Giommaria Angioy, sfavillando dagli occhi l’affetto dell’animo, procedeva tra la calca a passo lento e a capo scoperto, col sorriso sul labbro, colle mani alto levate per saluto. Sebbene egli non fosse aitante della persona, tutta essa parea sollevata pel piglio audace, cui aggiungeva grazia un mantello di vaio rosso a grandi baveri di gallone dorato che dalle spalle drappeggiava sulla cavalcatura. Smontava alla gradinata del Duomo venendogli innanzi i canonici ad inchinarlo e a benedirlo”.
Giovanni Maria Angioy (1751-1808), di Bono, giudice della Reale Udienza, imbevuto di idee illuministiche, era a Cagliari uno degli esponenti del cosiddetto “partito democratico”, che ebbe un ruolo di primo piano nella cacciata dei piemontesi dalla città. Nel 1796 venne inviato a Sassari come alternos, cioè con i pieni poteri del viceré, per sedare i tumulti contadini e ricondurre la città turritana, bastione della resistenza feudale, all’obbedienza verso la politica riformatrice del Parlamento isolano.
Partì da Cagliari con una scorta ridotta, accolto con simpatia dai vari paesi che attraversava durante il viaggio, dove la popolazione gli esponeva i suoi disagi e i suoi bisogni. La figura di Angioy, che si rendeva conto dei gravi problemi dell’isola e delle esigenze dei suoi abitanti, iniziò ad essere accostata più a quella di un liberatore che a quella di un emissario del potere reale. Così, il suo ingresso a Sassari, la stessa Sassari conquistata solo due mesi prima dai contadini insorti, si trasformò in una grande manifestazione democratica e antifeudale.
Nell’affresco dello Sciuti Angioy avanza a cavallo, seguito dalle truppe territoriali sarde (i “miliziani”), e circondato da una folla festante. Il suo ritratto è preso dall’incisione inclusa nel Dizionario degli uomini illustri di Sardegna (1837) di Pasquale Tola: in primo piano, un gruppo armato di contadini delle “ville” fiancheggia Gioacchino Mundula, ardente rivoluzionario sassarese, il quale impugna una bandiera. La statua del santo e la casa con il terrazzo, sulla sinistra, sono invece di fantasia.
Nella raffigurazione dei costumi sassaresi della fine del XVIII secolo, ortolani, zappatori, signori della borghesia, e in quelli sardi delle “ville” circostanti (ad esempio la contadina che mostra il proprio figlio ad Angioy, e che è rappresentata col costume del paese natale del Giudice) vi è una grande aderenza alla realtà e alle fonti iconografiche del tempo.
L'”Entrata di Giommaria Angioj in Sassari”, va annoverato tra i migliori affreschi dell’artista siciliano non solo perché qui la perfetta scansione luminosa consente di leggere a uno a uno i volti di chi partecipa al grande apparato celebrativo, ma, soprattutto, perché i colori usati rifuggono il rischio di appiattirsi nella omogeneità e sfociano in una sinfonia di tinte che trovano nel bianco un motivo di coesione.
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La Sala Sciuti


“La Proclamazione della Repubblica Sassarese“
Nella parete di fronte a quella in cui è stata affrescata l’Entrata di Giommaria Angioj in Sassari, trova posto “La repubblica sassarese”.
Ma il vero capolavoro è dalla parte opposta “del salone”: “La proclamazione della Repubblica Sassarese del 1294”, dove il consiglio e gli Anziani del comune ascoltano in religioso silenzio e con grande attenzione la lettura degli “Statuti”.
Quando agli inizi del 1880 Sciuti finisce di dipingere l’affresco sovrastante il seggio presidenziale, subito il Consiglio provinciale gli affida l’incarico di affrescare anche la parete di fondo della “gran sala”. Il soggetto prescelto è stavolta la proclamazione della Repubblica sassarese del 1294, soggetto legato alla storia municipale e non a quella provinciale.Sciuti inizia a lavorare immediatamente, senza problemi di reperimento di fonti iconografiche, in quanto l’affresco rappresenterà, in un’invenzione ideale, gli Anziani del Comune, il Podestà e il Consiglio Maggiore, riuniti nell’antico Palazzo di Città, mentre ascoltano gli ambasciatori sassaresi leggere i termini della convenzione firmata il 24 marzo 1294 tra il Comune di Sassari e la Repubblica di Genova.
Attraverso la convenzione, i sassaresi giuravano obbedienza al Comune di Genova, e alla città turritana veniva riconosciuta l’autonomia comunale, con la possibilità di reggersi con propri statuti e ordinamenti. Il Medioevo di Sciuti ripropone un gusto caro all’iconografia romantica e alle scenografie operistiche, con chiari riferimenti alla scena finale del secondo atto del Simon Boccanegra di Verdi.
L’affresco è terminato nel luglio 1881: Enrico Costa ci ricorda che il pittore De Sanctis, visitando il salone del Palazzo della Provincia non può fare a meno di notare che a il quadro vale, a parer suo, almeno quanto l’intero Palazzo.
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Di pregio l’affresco della volta, con una superficie di circa 90 metri quadrati . Nel soffitto, “L’allegoria della Patria”, dalle antiche origini italiche a Vittorio Emanuele II.
Nel soffitto fu affrescata un'”allegoria della storia d’Italia”, dalle tenebre del passato remoto al radioso futuro di progresso assicurato dall’Unità nazionale allora appena raggiunta.

“Allegoria della storia d’Italia“
Sullo sfondo del cielo, al di sopra di un nembo , è rappresentata l’allegoria della storia d’italia, dalla “notte” dei tempi remoti al radioso sole del progresso della Nazione finalmente unita.
L’intento dello Sciuti, nell’affrescare “il salone”, sulla volta, fu certamente quello di creare con la sua opera, una sintesi delle quattro epoche della storia d’Italia: antica,romana, medioevale e moderna; mentre sugli angoli e sulle pareti laterali, ha inteso rappresentare con grande trasporto, personaggi e fatti della storia della Sardegna come Eleonora d’Arborea e Amsicora.
Un racconto creato nel rispetto della storia ma anche con tanto amore e professionalità.
